Note al Capitolo Dodici.


(1). K. R. Popper, La societ aperta e i suoi nemici, traduzione di R.
Pavetto,  a cura di D. Antiseri, Armando, Roma, 1986, volume  secondo,
pagine 109-110.

(2).  Lenin, Che fare?, Prefazione, traduzione di L. Amadesi,  Editori
Riuniti, Roma, 1968, pagina 32.

(3). Ivi, pagina 55.

(4).  Gli operai tedeschi hanno due vantaggi essenziali sugli  operai
del  resto  dell'Europa.  In primo luogo essi appartengono  al  popolo
dell'Europa  pi  portato  alla teoria e  hanno  conservato  il  senso
teorico,  che  i  cosiddetti  "uomini  clti"  della  Germania   hanno
totalmente  perduto.  Senza il precedente della  filosofia  tedesca  e
precisamente  della  filosofia  di Hegel,  il  socialismo  scientifico
tedesco  - l'unico socialismo scientifico che sia mai esistito  -  non
sarebbe  mai nato. Se tra gli operai non ci fosse stato questo spirito
teorico,  il  socialismo scientifico non si sarebbe  mai  cambiato  in
sangue  e  carne in cos grande misura come  effettivamente accaduto
(ivi,  pagina 57; la citazione  da F. Engels, La guerra dei contadini
in   Germania,  Prefazione,  traduzione  di  G.  De  Caria,   Edizioni
Rinascita, Roma, 1949, pagina 24).

(5).  Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere  una
coscienza  socialdemocratica. Essa poteva essere loro  apportata  solo
dall'esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia
con  le  sue sole forze  in grado di elaborare soltanto una coscienza
tradeunionista,  cio  la convinzione della  necessit  di  unirsi  in
sindacati,  di  condurre la lotta contro i padroni, di  reclamare  dal
governo  questa  o  quella legge necessaria agli operai,  eccetera  La
dottrina   del  socialismo    sorta  da  quelle  teorie  filosofiche,
storiche,  economiche  che furono elaborate dai  rappresentanti  clti
delle  classi  possidenti, gli intellettuali. Per  la  loro  posizione
sociale,    gli   stessi   fondatori   del   socialismo    scientifico
contemporaneo,  Marx  ed  Engels, erano degli intellettuali  borghesi
(ivi, secondo a, pagina 63).

(6). Vedi capitolo Due, 3, pagine 43-44.

(7).  Confronta Lenin, Stato e rivoluzione, primo, 3, in Lenin,  Opere
scelte,  due  volumi, Edizioni in lingue estere, Mosca,  1949,  volume
secondo, pagine 163-166.

(8). Confronta ivi, secondo, 2, pagina 176.

(9). Ivi, quinto, 2, pagina 224.

(10). Vedi capitolo Due, 7, pagine 59-60.

(11). Vedi capitolo Dodici, pagine 292-293.

(12). Si veda, ad esempio, il logico ed epistemologo belga Leo Apostel
(nato  nel  1925), allievo di R. Carnap e collaboratore di J.  Piaget,
che   in un articolo su Le Socialisme, Bruxelles, 1960, Matrialisme
dialectique et mthode scientifique (Materialismo dialettico e  metodo
scientifico,  Einaudi, Torino, 1968), facendo frequenti riferimenti  -
oltre che a Marx e ad Engels - a Hegel, a Lenin e a Stalin, sostiene i
vantaggi offerti dal materialismo dialettico nell'elaborazione  di  un
metodo scientifico applicabile alle pi diverse discipline.

(13).  Lenin, in un articolo del 1913, scrive: Marx non si  ferm  al
materialismo  del secolo diciottesimo, ma spinse avanti la  filosofia.
Egli  la arricch delle conquiste della filosofia classica tedesca,  e
soprattutto  del sistema di Hegel che, a sua volta, aveva condotto  al
materialismo  di  Feuerbach. La principale di queste  conquiste    la
dialettica, cio la dottrina dello sviluppo nella sua espressione  pi
completa,   pi  profonda  e  meno  unilaterale,  la  dottrina   della
relativit delle conoscenze umane, riflesso della materia in  perpetuo
sviluppo.  Le scoperte pi recenti delle scienze naturali - il  radio,
gli elettroni, la trasformazione degli elementi - hanno splendidamente
confermato  il  materialismo dialettico  di  Marx,  a  dispetto  delle
dottrine dei filosofi borghesi e dei loro "nuovi" ritorni al vecchio e
putrido  idealismo  (Lenin,  Tre fonti e  tre  parti  integranti  del
marxismo, in Lenin, Opere scelte, citato, volume primo, pagina 54). L.
Apostel,  dal  canto suo, scrive: Bisogna recuperare Hegel  per  poi
dimostrare che l'intenzione fondamentale di Hegel pu essere  ripresa
in una disciplina matematica, che permetterebbe cos di dare un senso,
una  traduzione  in  un'altra lingua, alle varie  tappe  della  logica
hegeliana (confronta L. Apostel, Opera citata, pagine 39-40).

(14).  In quest'opera del 1938 Stalin riconferma la tesi di Lenin  per
la   quale  solo  il  materialismo  dialettico    la  filosofia   del
proletariato  (e  quindi  come tale  assunta  dal  Partito  Comunista
dell'URSS)  e, poich  anche l'unica filosofia in grado  di  spiegare
tutta la realt (per Stalin la prima caratteristica della dialettica 
l'idea della totalit), anche la scienza deve farla propria: in questo
modo la dittatura del partito  estesa al mondo scientifico.

(15).  Confronta R. Luxemburg, Sciopero generale, partito e sindacato,
Samon  e  Savelli, Roma, s. d., pagina 21 (si tratta  della  ristampa
anastatica dell'edizione Avanti!, Milano, 1919).

(16). Vedi capitolo Due, 2, pagine 37-39.

(17).  Confronta K. Korsch, Crisi del marxismo (1931), in  K.  Korsch,
Dialettica  e scienza nel marxismo, a cura di G. E. Rusconi,  Laterza,
Bari, 1974, pagine 133-134.

(18). Ivi, pagina 135.

(19). Confronta ivi, pagina 136.

(20). Ivi, pagine 136-137.

(21). Ivi, pagina 127. Il corsivo  nostro.

(22). Confronta ivi, pagine 138-139.

(23). Confronta ivi, pagine 139-140.

(24).  K.  Korsch, Marxismo e filosofia, traduzione  di  G.  Backhaus,
Sugar, Milano, 1966, pagina 87. Confronta anche C. Bordoni - A. De Paz
(a  cura di), La critica della societ nel pensiero contemporaneo,  G.
D'Anna, Messina-Firenze, 1977, pagina 150.

(25).  L'incarico  coincideva  con la  cattedra  di  filosofia  della
societ presso l'Universit di Francoforte.

(26).  M.  Horkheimer,  La situazione attuale  della  filosofia  della
societ  e  i  compiti di un Istituto per la ricerca  sociale,  in  E.
Arrigoni  (a  cura  di),  L'uomo  a  una  dimensione  di  Marcuse  e
l'alienazione dell'individuo nella societ contemporanea  secondo  gli
autori della Scuola di Francoforte, Paravia, Torino, 1990, pagina 150.
L'intero  saggio  di  Horkheimer si trova in M. Horkheimer,  Studi  di
filosofia  della societ, traduzione di A. Marietti, Einaudi,  Torino,
1981, pagine 38-43.

(27). Ivi, pagina 151.

(28). Si crede quanto segue: l'economia, ossia l'essere materiale,  
l'unica  vera realt; la psiche degli uomini, la personalit, come  il
diritto,  l'arte,  la  filosofia, devono essere  derivati  interamente
dall'economia, sono un semplice riflesso dell'economia; ed   un  Marx
inteso in modo astratto, e quindi capito male (ibidem).

(29).  Ma  in  questa societ neppure la situazione del  proletariato
garantisce  la  conoscenza giusta. Per quanto  esso  sperimenti  sulla
propria  pelle  l'assurdit come perdurare e aumento della  miseria  e
dell'ingiustizia,  la  differenziazione della sua  struttura  sociale,
favorita  anche dall'alto, e l'antiteticit, spezzata solo in  momenti
eccezionali, di interesse personale e interesse di classe, impediscono
che  questa coscienza si faccia immediatamente valere (M. Horkheimer,
Teoria  tradizionale e teoria critica, in C. Bordoni - A.  De  Paz,  a
cura  di,  opera citata, pagina 170. L'intero saggio si  trova  in  M.
Horkheimer,  Teoria  critica,  traduzione  di  G.  Backhaus,  Einaudi,
Torino, 1974, volume secondo, pagine 158-186).

(30). Confronta ivi, pagina 169.

(31). Confronta ivi, pagina 170.

(32).   Confronta   M.   Horkheimer  -  Th.  W.   Adorno,   Dialettica
dell'illuminismo,  traduzione  di R.  Solmi,  Einaudi,  Torino,  1980,
pagina 14.

(33). Ivi, pagine 15-16.

(34). Ivi, pagina 66.

(35). Ivi, pagina 69.

(36).  Confronta  M.  Horkheimer, Sul problema  della  verit,  in  M.
Horkheimer,   Teoria  critica,  citato,  volume  primo,  pagina   258;
confronta anche E. Arrigoni (a cura di), opera citata, pagina 44.

(37).  M.  Horkheimer, La teoria critica ieri e  oggi  (1969),  in  E.
Arrigoni (a cura di), opera citata, pagina 162.

(38).  Confronta  T. Perlini, Saggio introduttivo  a  Th.  W.  Adorno,
Parole  chiave.  Modelli critici, traduzione di  M.  Agrati,  SugarCo,
Milano, 1974, pagina trentaquattresimo.

(39).  Confronta Th. W. Adorno, Sociologia e ricerca empirica, in  AA.
VERSI, Dialettica e positivismo in sociologia (1962), traduzione di A.
Marietti  Solmi, Einaudi, Torino, 1972, pagina 18; confronta anche  S.
Moravia,  Adorno e la teoria critica della societ, Sansoni,  Firenze,
1974, pagina 62.

(40).  Th. W.Adorno, Dialettica negativa (1966), traduzione di  C.  A.
Donolo, Einaudi, Torino, 19802, pagina 18.

(41). Confronta ivi, pagine 25-26.

(42). Ivi, pagina 26.

(43). Confronta ivi, pagina 27.

(44). Ivi, pagina 29.

(45). Confronta ivi, pagina 27.

(46).  Non  adeguatamente mediati i due poli  soggetto/oggetto  della
dialettica  restano  ab-soluti: talch  il  pensiero  hegeliano  tende
pericolosamente   a   configurarsi  ora  come  privilegiamento   della
riflessione  (formalismo, soggettivismo) ed ora  come  privilegiamento
dell'esistente (positivismo, oggettivismo) (S. Moravia, Adorno  e  la
teoria critica della societ, citato, pagina 27).

(47).  Th.  W. Adorno, Parole chiave. Modelli critici, citato,  pagina
241.

(48). Ivi, pagina 234.

(49). Ivi, pagina 239.

(50). Ivi, pagina 241.

(51).  I  deboli,  gli impauriti, si sentono forti se,  correndo,  si
tengono  per  mano. Qui  situato l'effettivo punto di inversione  che
conduce all'irrazionalismo. Con cento sofismi viene difesa, con  cento
strumenti di repressione morale viene inculcata negli adepti, la falsa
norma che pretende che attraverso la rinunzia alla propria ragione  al
proprio   giudizio  si  possa  diventare  superiori,  e   precisamente
partecipi della ragione collettiva, mentre invece, per riconoscere  la
verit,   ci   sarebbe   bisogno  di  quella   ragione   assolutamente
individuata,  di  cui  ci si vuole sbarazzare inculcando  nella  mente
degli  individui l'idea secondo la quale essa sarebbe superata, e  ci
che essa ha eventualmente da comunicare sarebbe stato senza incertezze
confutato  e  liquidato  da  un  pezzo dalla  superiore  sapienza  dei
compagni.   Tale   norma   viene  proiettata  su   quell'atteggiamento
disciplinare  che una volta fu praticato dai comunisti.  Come  in  una
commedia,   si  reitera  attraverso  i  rivoluzionari  apparenti,   in
conformit con un detto di Marx, che a suo tempo fu serissimo e pregno
di conseguenze terribili, quando la situazione sembrava ancora aperta.
Invece   che   in   argomenti,  ci  si  imbatte  in  parole   d'ordine
standardizzate, che sono evidentemente messe in circolazione dai  capi
e dai loro seguaci (ivi, pagine 259-260).

(52). Ivi, pagine 260-261.

(53).  La  teoria  e la prassi non sono n immediatamente  la  stessa
cosa, n assolutamente differenti; il loro rapporto, di conseguenza, 
un  rapporto di discontinuit. Nessun percorso continuo conduce  dalla
prassi  alla teoria - come invece intende proprio ci che si  presenta
come  movimento  spontaneo  [il movimento degli  studenti  degli  anni
Sessanta]. La teoria per appartiene al contesto della societ,  ed  
al  contempo  autonoma.  Ciononostante la prassi  non  ha  un  decorso
indipendente dalla teoria, e questa non  indipendente da  quella.  Se
la prassi fosse il criterio della teoria, essa si trasformerebbe [...]
nell'imbroglio  stigmatizzato da Marx;  se  la  prassi  si  orientasse
semplicemente   secondo   le  direttive  della   teoria,   allora   si
irrigidirebbe  dottrinariamente,  e  per  di  pi  falsificherebbe  la
teoria (ivi, pagina 260).

(54). Ivi, pagina 261.

(55). Questa situazione costringe di nuovo la teoria ad accentuare in
maniera  pi  marcata la preoccupazione, implicita  in  tutte  le  sue
analisi,  per le possibilit dell'uomo, per la libert, la felicit  e
il  diritto dell'individuo. Per la teoria si tratta esclusivamente  di
possibilit offerte dalla concreta situazione sociale: esse acquistano
rilievo  soltanto come problemi economici e politici, e concernono  in
quanto  tali  le  relazioni degli uomini nel processo  di  produzione,
l'impiego  del  prodotto del lavoro sociale, la partecipazione  attiva
degli  uomini  nell'amministrazione economica e politica dell'insieme.
Quanti  pi  elementi della teoria sono diventati realt, [...]  tanto
pi  urgente  diventa la questione relativa a ci  che  la  teoria  ha
inteso come sua mta. Poich, diversamente che nei sistemi filosofici,
la  libert  umana  non  qui un fantasma o una  interiorit  che  non
impegna  e che non cambia niente nel mondo esterno, ma una possibilit
reale,  una  relazione  sociale, dalla cui  realizzazione  dipende  il
destino  dell'umanit. In ogni stadio dello sviluppo torna a mostrarsi
il  carattere costruttivo della teoria critica. Da sempre essa  stata
pi di una semplice registrazione e sistemazione dei dati di fatto, da
sempre  il  suo impulso  venuto proprio dalla forza con cui  essa  ha
parlato  contro  i  dati di fatto [...]. Come la  filosofia,  essa  si
contrappone  all'acquiescenza alla realt, al positivismo soddisfatto.
Ma,  a differenza della filosofia, essa trae i suoi obiettivi soltanto
dalle  tendenze  presenti nel processo sociale.  Perci  essa  non  ha
nessuna  paura  dell'utopia, termine con cui  si  definisce  il  nuovo
ordine  per  screditarlo.  La verit, non  potendo  essere  realizzata
all'interno  dell'ordine  sociale  esistente,  ha  in  ogni  caso  per
quest'ultimo le caratteristiche dell'utopia (H. Marcuse, Filosofia  e
teoria  critica, in E. Arrigoni, a cura di, opera citata, pagine  156-
157.  Il  saggio di Marcuse si pu leggere integralmente in traduzione
italiana  nel volume Cultura e societ, traduzione di C.  Ascheri,  H.
Ascheri  Osterlow e F. Cerutti, Einaudi, Torino, 1969. I corsivi  sono
nostri).

(56). Ivi, pagina 157.

(57). In una societ che era dominata nella sua totalit dai rapporti
economici  e  ne era determinata in modo che l'economia,  sottratta  a
ogni  controllo, dominava tutti i rapporti umani, anche la  sfera  non
economica  era  contenuta  nell'economia.  Se  questo  dominio   viene
spezzato,  diventa  manifesto  che  l'organizzazione  razionale  della
societ,  a  cui  la teoria critica si riferisce,  pi  di  un  nuovo
ordinamento  della forma economica. Il "pi" si riferisce  al  momento
decisivo,  che  solo  rende  razionale la societ:  la  subordinazione
dell'economia  ai  bisogni degli individui (ivi,  pagine  157-158.  I
corsivi sono nostri).

(58). L'alienazione del lavoro  quasi completa. La meccanicit della
linea di montaggio, la routine dell'ufficio, il rituale degli acquisti
e delle vendite, sono staccati da ogni connessione con le potenzialit
umane.  I  rapporti di lavoro sono diventati in ampia misura  rapporti
fra  persone  che  non  sono  altro  che  oggetti  intercambiabili  di
manipolazione  scientifica e tecnici del rendimento. E'  vero  che  il
regime di concorrenza che continua a sopravvivere esige un certo grado
di  individualit e di spontaneit; ma queste qualit  sono  diventate
superficiali  e illusorie esattamente come la concorrenza  alle  quali
esse  appartengono.  L'individualit  rimasta letteralmente  soltanto
nel  nome,  nella specifica rappresentazione di stereotipi  (quali  la
vamp,  la  massaia,  l'ondina, il "maschio",  la  donna  d'affari,  la
giovane coppia che lotta per l'esistenza), proprio come la concorrenza
tende  a ridursi a variet prestabilite nella produzione di marche  di
fabbrica,  imballaggi,  sapori,  colori  e  cos  via.  Sotto   questa
superficie  illusoria  l'intero mondo del  lavoro  e  degli  svaghi  
diventato un sistema di oggetti animati e inanimati - tutti egualmente
sottomessi  all'amministrazione. L'esistenza umana in  questo  modo  
diventata  puro  materiale, materia prima, e  non  ha  pi  in  s  il
principio del proprio movimento. [...] La coscienza, che porta  sempre
meno il peso dell'autonomia, tende a ridursi al compito di regolare il
coordinamento  dell'individuo  con  l'insieme  (H.  Marcuse,  Eros  e
civilt,  traduzione di L. Bassi, Einaudi, Torino, 1964,  pagine  121-
122. Il corsivo  nostro).

(59).   L'efficacia  di  questo  coordinamento  [dell'individuo   con
l'insieme]    tale  che  l'infelicit generale    diminuita  anzich
aumentare. Abbiamo sollevato una ipotesi secondo cui la consapevolezza
che  l'individuo  ha delle repressioni vigenti viene attutita  da  una
restrizione manipolata della sua coscienza. Questo processo  altera  i
contenuti della felicit. [...] Con il declino della coscienza, con il
controllo  dell'informazione, con l'assorbimento  delle  comunicazioni
individuali nelle comunicazioni di massa, la conoscenza viene limitata
e  somministrata. L'individuo non sa pi ci che avviene realmente: la
prepotenza della macchina dell'educazione e dei divertimenti lo  fonde
con  tutti  gli altri in uno stato di anestesia dal quale si  tende  a
escludere  ogni  idea  sospetta. E poich  la  conoscenza  dell'intera
verit  porta  difficilmente alla felicit, questa anestesia  generale
rende  l'individuo felice. Se l'angoscia  pi di un disagio generale,
se    una  condizione  esistenziale, allora  questa  cosiddetta  "era
dell'angoscia" si distingue per la misura nella quale ogni espressione
esteriore di angoscia  sparita (ivi, pagine 122-123).

(60).  Ivi,  123-124.  Confronta  inoltre  l'intero  capitolo  settimo
(Fantasia e utopia), ivi, pagine 154-168.

(61).  Proprio  le  prime  pagine del  saggio  esprimono  con  estrema
chiarezza  questi concetti: Una confortevole, levigata,  ragionevole,
democratica  non-libert prevale nella civilt  industriale  avanzata,
segno  di  progresso tecnico. [...]I diritti e le libert  che  furono
fattori  d'importanza  vitale alle origini e nelle  prime  fasi  della
societ industriale cedono il passo a una fase pi avanzata di questa.
[...]  Le  libert  di pensiero, di parola e di coscienza  erano  idee
essenzialmente  critiche,  al pari della  libert  di  iniziativa  che
servivano  a promuovere e a proteggere, intese com'erano a  sostituire
una  cultura  materiale  e  intellettuale  obsolescente  con  una  pi
produttiva e razionale. [...] L'indipendenza del pensiero, l'autonomia
e   il  diritto  all'opposizione  politica  sono  private  della  loro
fondamentale  funzione critica in una societ che pare  sempre  meglio
capace di soddisfare i bisogni degli individui grazie al modo in cui 
organizzata. Una simile societ pu chiedere a buon diritto che i suoi
princpi siano accettati come sono, e ridurre l'opposizione al compito
di  discutere e promuovere condotte alternative entro lo  status  quo
(H.  Marcuse,  L'uomo  a  una  dimensione. L'ideologia  della  societ
industriale  avanzata, traduzione di L. Gallino e  T.  Giani  Gallino,
Einaudi, Torino, 19673, pagine 21-22).

(62). Ivi, pagine 13-14.

(63). I princpi della scienza moderna furono strutturati a priori in
modo  tale da poter servire come strumenti concettuali per un universo
di   controllo   produttivo,  mosso  dal   proprio   stesso   impulso;
l'operazionismo   teorico  fin  per  corrispondere  all'operazionismo
pratico.  Il metodo scientifico che ha portato al dominio  sempre  pi
efficace  della natura giunse cos a fornire i concetti puri non  meno
che  gli  strumenti  per il dominio sempre pi efficace  dell'uomo  da
parte  dell'uomo, attraverso il dominio della natura.  [...]  Oggi  il
dominio si perpetua e si estende non soltanto attraverso la tecnologia
ma   come    tecnologia,   e  quest'ultima  fornisce   una   superiore
legittimazione  al  potere politico che si espande fino  ad  assorbire
tutte  le  sfere  della  cultura. In questo  universo,  la  tecnologia
provvede  inoltre  una  razionalizzazione  egregia  della  non-libert
dell'uomo, e dimostra l'impossibilit "tecnica" di essere autonomi, di
decidere personalmente della propria vita (ivi, pagine 171-172).

(64). Ivi, pagina 261.

(65). Ivi, pagina 265.

(66). Ibidem.

(67).  Th.  W. Adorno, Parole chiave. Modelli critici, citato,  pagina
247.

(68). Confronta ibidem.

(69). Ivi, pagina 257.

(70). Ivi, pagine 257-258.

(71). Vedi capitolo Due, 8, pagine 67-68.

(72). In Devenir Social, 1896, pagina 762.

(73). Ivi, pagina 763.

(74).  G.  Sorel,  Prface  a A. Labriola, Essais  sur  la  conception
matrialiste  de l'histoire, Paris, 1897, riprodotta in  A.  Labriola,
Socialismo e filosofia, Laterza, Bari, 1947, pagina 188.

(75). Confronta ivi, pagine 185-186.

(76).  Confronta  G.  Sorel, La crisi del socialismo  scientifico,  in
Critica Sociale, 1898, pagine 134-141.

(77). Sulla possibilit di trasformazione in senso rivoluzionario  dei
sindacati Sorel ha scritto un celebre saggio, L'avenir socialiste  des
Syndicats, pubblicato nel 1898 su Humanit nouvelle.

(78).  Confronta  C.  Piancicola, Filosofia e  politica  nel  pensiero
francese del dopoguerra, Loescher, Torino, 1979, pagina 172.

(79).  H. Lefebvre, Le marxisme et la pense franaise, in Les  Temps
Modernes,  1957, n. 137-138, traduzione (parziale) in C.  Piancicola,
opera citata, pagine 179-188. Il corsivo  nostro.

(80). Ivi, pagina 187.

(81).  Questo dogmatismo era fondamentalmente falso, anzitutto perch
non era neppure un dogmatismo. Scorza vuota, guscio secco e vuoto, non
aveva contenuto. Il dogmatismo risiedeva essenzialmente nel metodo  di
direzione, d'imposizione, d'introduzione (che andava dal di  fuori  al
di  dentro)  di  tale o tal altra affermazione. Poteva dunque  imporre
qualsiasi cosa, in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento (ivi, pagina
186).

(82).  L.  Goldmann, Filosofia e scienze umane, traduzionedi M.  Rago,
Feltrinelli, Milano, 19812, pagina 24.

(83). Ivi, pagina 96.

(84).  Anche se nella stessa opera mostra di essere consapevole  della
situazione quando parla di ricercatori irreggimentati o di  pensatori
che, come Lukcs, arrivano persino a rinnegare le proprie opere (ivi,
pagina  91);  oppure quando si riferisce ai pensatori  del  movimento
operaio  che,  nelle  loro  analisi, si  sono  limitati  all'aspetto
economico della realt (ivi, pagina 89).

(85). Ivi, pagine 24-25.

(86).  Nelle  scienze sociali [...] l'interesse di importanti  gruppi
sociali  a  conservare l'ordine esistente e a impedire ogni  mutamento
sociale agisce sulla natura stessa del pensiero storico e sociologico.
Esigendo  una  scienza  sociale  libera  dai  pregiudizi,  affermando,
coscientemente  e  apertamente,  il carattere  storico  e  transitorio
dell'ordine  sociale attuale, esprimendo la speranza di sottoporre  la
vita  sociale  alla  coscienza e all'azione dell'uomo,  di  fornire  a
quest'ultimo alcuni strumenti intellettuali per tradurre in  realt  i
valori  umani universali, si cerca semplicemente di attuare, in questo
campo,  un  rapporto fra il pensatore e l'insieme della vita  sociale,
immune  da  ingerenze  estranee  e obiettivo  quanto  quello  che  gi
realmente  esiste nel campo delle scienze naturali e  che  pu  essere
designato con un solo nome: l'unit del pensiero e dell'azione  (ivi,
pagine 92-93).

(87). Ivi, pagina 93.

(88). Confronta L. Althusser, Umanesimo e stalinismo, traduzione di F.
Papa, De Donato, Bari, 1973, pagine 113-114.

(89).  Confronta  L. Althusser, Per Marx, traduzione  di  F.  Madonia,
Editori Riuniti, Roma, 1967, pagine 14-16.

(90). Confronta ivi, pagine 202-205.

(91). L. Althusser, Umanesimo e stalinismo, citato, pagina 133.

(92).  A. Gramsci, La filosofia della prassi e la cultura moderna  (Q.
tredicesimo), in A. Gramsci, Il materialismo storico, Editori Riuniti,
Roma,  1971, pagina 94. Antonio Gramsci, durante gli anni del carcere,
riemp trentatr quaderni con scritti di varia natura, dalla filosofia
alla critica letteraria, ma tutti collegati dall'attenzione continua e
costante  alla  politica: nel senso che tutti gli scritti  di  Gramsci
costituiscono  una  riflessione  sulla  politica,  sono   un   esempio
significativo di filosofia della prassi. I Quaderni furono  pubblicati
nel  1948 dall'editore Einaudi di Torino. Questa edizione, alla  quale
si rif quella romana degli Editori Riuniti, non riproduce gli scritti
di Gramsci nell'ordine in cui appaiono nei quaderni, ma raggruppandoli
secondo  gli argomenti affrontati: ne sono usciti cos sei volumi  che
hanno   avuto   titoli  redazionali  (Il  materialismo  storico,   Gli
intellettuali,  Il  Risorgimento, Note su Machiavelli,  Letteratura  e
vita nazionale, Passato e presente). Presso lo stesso editore Einaudi,
nel  1975,    stata pubblicata, a cura di V. Gerratana, una  edizione
critica  in quattro volumi, nei quali gli scritti di Gramsci compaiono
nella  successione  in  cui  si  trovano  nei  quaderni.  Noi  citiamo
dall'edizione  in  sei volumi, e la Q. seguita  da  un  numero  romano
indica il quaderno il cui si trova il brano.

(93). Ivi, pagina 95.

(94). Confronta A. Gramsci, Teoria e pratica (Q. diciottesimo), in  A.
Gramsci, Il materialismo storico, citato, pagine 44-45.

(95). Come  noto, Gramsci fu uno degli artefici della scissione - con
esplicito  riferimento  alla  Rivoluzione  russa  -  della  componente
comunista  dal Partito Socialista Italiano nel 1921 e, quindi,  membro
dell'Internazionale comunista voluta da Lenin (vedi la nota biografica
alla fine di questo capitolo).

(96).  Confronta A. Gramsci, Il nostro Marx, in Il grido del popolo,
4  maggio 1918, citato da E. Garin, Riemp l'utopia di intelligenza  e
volont, in AA. VERSI, Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, Editrice
l'Unit,   Roma,   1987,  pagina  20;  confronta   anche   E.   Garin,
Intellettuali  italiani del ventesimo secolo, Editori  Riuniti,  Roma,
1974, pagina 305.

(97). Ibidem.

(98).  Confronta N. Badaloni, Filosofia della praxis,  in  AA.  VERSI,
Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, citato, pagina 95.

(99). Confronta ibidem.

(100).   A.   Gramsci,   La   formazione   degli   intellettuali   (Q.
ventinovesimo),  in  A. Gramsci, Gli intellettuali,  Editori  Riuniti,
Roma, 1971, pagina 17.

(101). Quando si distingue tra intellettuali e non-intellettuali,  in
realt  ci  si  riferisce solo alla immediata funzione  sociale  della
categoria professionale degli intellettuali, cio si tiene conto della
direzione  in  cui  grava  il  peso maggiore  dell'attivit  specifica
professionale,  se  nell'elaborazione  intellettuale  o  nello  sforzo
muscolare-nervoso.  Ci  significa  che,  se   si   pu   parlare   di
intellettuali,  non si pu parlare di non-intellettuali,  perch  non-
intellettuali  non  esistono.  Ma lo stesso  rapporto  tra  sforzo  di
elaborazione intellettuale-cerebrale e sforzo muscolare-nervoso non  
sempre  uguale,  quindi si hanno diversi gradi di  attivit  specifica
intellettuale.  Non c' attivit umana da cui si possa escludere  ogni
intervento  intellettuale, non si pu separare l'homo faber  dall'homo
sapiens. Ogni uomo, infine, all'infuori della sua professione  esplica
una qualche attivit intellettuale,  cio "filosofo", un artista,  un
uomo  di  gusto,  partecipa  di  una  concezione  del  mondo,  ha  una
consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a  sostenere
o  a  modificare una concezione del mondo, cio a suscitare nuovi modi
di pensare (ibidem).

(102). Confronta A. Gramsci, Diversa posizione degli intellettuali  di
tipo urbano e di tipo rurale (Q. ventinovesimo - Q. ventottesimo),  in
A. Gramsci, Gli intellettuali, citato, pagine 22-25.

(103).  Confronta  A.  Gramsci,  La  formazione  degli  intellettuali,
citato, pagine 13-14.

(104). Confronta A. Gramsci, Diversa posizione degli intellettuali  di
tipo urbano e di tipo rurale, citato, pagina 22.

(105). Confronta ivi, pagine 22-23.

(106).  Confronta  E.  Garin,  Intellettuali  italiani  del  ventesimo
secolo, citato, pagina 293. L'affermazione di Gramsci  in una lettera
alla cognata Tatiana, del 7 settembre 1931.

(107). A. Gramsci, Passaggio dal sapere, al comprendere, al sentire, e
viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere (Q. diciottesimo), in
A. Gramsci, Il materialismo storico, citato, pagina 135.

(108). L'errore dell'intellettuale consiste nel credere che si  possa
sapere  senza  comprendere  e specialmente  senza  sentire  ed  essere
appassionato (non solo del sapere in s, ma per l'oggetto del sapere),
cio  che  l'intellettuale possa essere tale (e non puro  pedante)  se
distinto e staccato dal popolo-nazione (ivi, pagina 136).

(109). Confronta ibidem.

(110).  Confronta A. Gramsci, Noterelle sulla politica del Machiavelli
(Q. trentesimo), in A. Gramsci, Note sul Machiavelli, Editori Riuniti,
Roma, 1971, pagina 17.

(111). Ivi, pagina 20.

(112).  Se  il  rapporto  tra  intellettuali  e  popolo-nazione,  tra
dirigenti  e  diretti - tra governanti e governati -    dato  da  una
adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e
quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il
rapporto    di  rappresentanza,  e avviene  lo  scambio  di  elementi
individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti,  cio
si realizza la vita di insieme che solo  la forza sociale; si crea il
"blocco  storico" (A. Gramsci, Passaggio dal sapere, al  comprendere,
al  sentire,  e  viceversa,  dal sentire al  comprendere,  al  sapere,
citato, pagina 136).

(113).  Questo  problema [del raggiungimento di una unit  culturale-
sociale sulla base di una comune e generale concezione del mondo]  pu
e  deve  essere avvicinato all'impostazione moderna della  dottrina  e
della  pratica  pedagogica,  secondo cui il  rapporto  tra  maestro  e
scolaro  un rapporto attivo, di relazioni reciproche e pertanto  ogni
maestro    sempre  scolaro e ogni scolaro  maestro.  Ma  il  rapporto
pedagogico  non  pu  essere  limitato  ai  rapporti  specificatamente
"scolastici", per i quali le nuove generazioni entrano in contatto con
le  anziane  e  ne  assorbono le esperienze e  i  valori  storicamente
necessari   "maturando"   e   sviluppando  una   propria   personalit
storicamente  e  culturalmente superiore. Questo  rapporto  esiste  in
tutta  la  societ nel suo complesso e per ogni individuo rispetto  ad
altri  individui,  tra  ceti intellettuali e  non  intellettuali,  tra
governanti e governati, tra lites e seguaci, tra dirigenti e diretti,
tra  avanguardie  e corpi di esercito. Ogni rapporto di  "egemonia"  
necessariamente  un  rapporto  pedagogico  e  si  verifica  non   solo
all'interno di una nazione, tra le diverse forze che la compongono, ma
nell'intero campo internazionale e mondiale, tra complessi di  civilt
nazionali  e continentali (A. Gramsci, Il linguaggio, le  lingue,  il
senso  comune  (Q.  terzo),  in A. Gramsci, Il  materialismo  storico,
citato, pagina 30).

(114). Ivi, pagina 31.

(115).  Al  proletariato  necessaria una scuola disinteressata.  Una
scuola  in  cui sia data al fanciullo la possibilit di  formarsi,  di
diventare  uomo, di acquistare quei criteri generali che servono  allo
svolgimento del carattere. Una scuola umanistica, insomma  [...].  Una
scuola  che non ipotechi l'avvenire del fanciullo e costringa  la  sua
volont,  la  sua  intelligenza,  la sua  coscienza  in  formazione  a
muoversi entro un binario a stazione prefissata. Una scuola di libert
e di libera iniziativa e non una scuola di schiavit e di meccanicit.
Anche  i  figli  dei  proletari devono avere dinanzi  a  s  tutte  le
possibilit,  tutti  i  campi liberi per poter realizzare  la  propria
individualit nel modo migliore, e perci nel modo pi produttivo  per
loro e per la collettivit. La scuola professionale non deve diventare
una incubatrice di piccoli mostri aridamente istruiti per un mestiere,
senza  idee  generali, senza cultura generale, senza  anima,  ma  solo
dall'occhio  infallibile  e  dalla mano  ferma.  Anche  attraverso  la
cultura  professionale  pu farsi scaturire,  dal  fanciullo,  l'uomo.
Purch  essa sia cultura educativa e non solo informativa, o non  solo
pratica  manuale  (A. Gramsci, Uomini o macchine?, in  Avanti!,  24
dicembre 1916, in A. Gramsci, L'alternativa pedagogica, a cura  di  M.
A. Manacorda, La Nuova Italia, Firenze, 1980, pagina 82).

(116). Vedi capitolo Due, 1, pagina 28-29.

(117). Confronta A. Gramsci, Il filosofo (Q. terzo), in A. Gramsci, Il
materialismo storico, citato, pagina 27.
